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Nel cielo di Kiev 3

bambina con un peluche
I bambini in fuga verso la Romania che attraversano il ponte a Sighetu Marmatiei trovano dei peluche che li aspettano per ridare loro un sorriso

Quei bambini, nei loro piumini colorati, che arrivano per mano alla mamma, dall’altro lato del confine, mostrando il peluche scelto tra quelli sparpagliati sui parapetti del ponte che hanno appena attraversato,  è un immagine indimenticabile, che ha commosso anche la attenta giornalista che la raccontava. E’ un immagine poetica che ha il potere di mettere per un attimo la barbarie della guerra sullo sfondo. 

E’ la bella sensazione di aiutare un popolo di fratelli scacciato dalla propria terra, sotto le bombe scagliate da altri fratelli.  

Mi viene a mente la frase di Francesco: Signore ferma la mano di Caino. Francesco è stato nelle settimane scorse velatamente criticato, per il suo atteggiamento di apertura verso entrambe le parti in conflitto, verso entrambi i popoli. Ma la frase di cui sopra, e la preghiera da lui recitata: Gesù nato sotto le bombe di Kiev, composta dal vescovo di Napoli mons. Mimmo Battaglia, raccontano  chiaramente come egli vede i fatti: 

Cari fratelli e sorelle, nel dolore di questa guerra facciamo una preghiera tutti insieme chiedendo al Signore il perdono e chiedendo la pace. …Signore Gesù, nato sotto le bombe di Kiev, abbi pietà di noi! Signore Gesù, morto in braccio alla mamma in un bunker di Kharkiv, abbi pietà di noi! Signore Gesù, mandato ventenne al fronte, abbi pietà di noi! Signore Gesù, che vedi ancora le mani armate all’ombra della tua croce, abbi pietà di noi! Perdonaci Signore, perdonaci se non contenti dei chiodi con i quali trafiggemmo la tua mano, continuiamo ad abbeverarci al sangue dei morti dilaniati dalle armi. Perdonaci, se queste mani che avevi creato per custodire, si sono trasformate in strumenti di morte. Perdonaci, Signore, perdonaci se continuiamo ad uccidere nostro fratello, se continuiamo come Caino a togliere le pietre dal nostro campo per uccidere Abele… Perdonaci la guerra, Signore. Perdonaci la guerra, Signore. Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, ti imploriamo! Ferma la mano di Caino! 

D’altra parte, l’abbraccio che il papa rivolge ad entrambe le parti, agli uomini di buona volontà che stanno dai due lati della barricata e cercano la forza di far sentire la loro voce, è una condizione essenziale per mantenere vivo lo spirito di pace e la volontà di un’intesa, che non può che venire da uno sforzo creativo di entrambe le parti. La guerra non è solo una bestialità, aggressione. Ci sono le vittime incolpevoli, esseri umani che muoiono sotto le schegge delle esplosioni, di fame o sotto i colpi dei mitra e dei cannoni anticarro, da ambedue le parti in conflitto. Ci sono vite preziose che si sacrificano o perché costrette dagli eventi o per scelta convinta. Anche chi combatte anela alla pace, lo fa per una pace perduta. Ma mentre ci si difende dall’ aggressore, e lo si contrattacca, mentre si uccidono i nemici, con la vista appannata e gli occhi che bruciano nel fumo delle esplosioni, senza sapere dove ci si trova, mentre tutto questo accade, è necessario che qualcuno abbia la forza di mantenere aperti i canali del dialogo, che abbia la vista così illuminata da cercare le ragioni della pace che sicuramente si annidano nei cuori, non solo di entrambi i popoli  ma anche dei soldati russi ed ucraini. 

Di immagini della Ucraina in guerra, ne vediamo tante in questi giorni. I giovani che sono nei bunker e preparano armi e difese per la resistenza, resistenza che sarà strada per strada, casa per casa. Sono fieri, sorridono, si fanno coraggio. Sono persone normali che si trovano sotto le bombe di un invasore. Ascoltano la musica. Una cosa che può capitare a chiunque, ed è capitata a tanti, nel nostro giovane  XXI secolo.

Questa è una lezione che abbiamo imparato. La condizione di guerra può improvvisamente divenire il contesto della vita quotidiana di vecchi, giovani, famiglie, soldati.

Una statua mostra una donna che giace esanime nel proprio letto
Il mio pensiero va alle vittime e a ciò che la guerra ha stroncato in loro.

E’ una storia lunga quella delle aggressioni, dei conflitti per la conquista del territorio. Oggi ci sono guerre feroci che stanno causando migliaia e migliaia di morti in tutte le regioni del continente asiatico e africano. In Europa, sentiamo raramente parlare di tutte queste ferite: di aggressioni e  guerre, di stermini pianificati, o comunque di civiltà, etnie, popoli oppressi.

Per una ricca documentazione, si può consultare l’ Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo, curato dall’ Associazione 46° parallelo,  https://www.atlanteguerre.it/notizie/ 

Chi non ha almeno una volta sentito parlare di guerra in Yemen, Afghanistan, India, di conflitti nella regione degli Uiguri in Cina, dell’ Armenia e della sua storia, del popolo curdo che non ha una terra, della contesa del Nagorno-Karabakh tra Azerbaijan e Armenia, e ancora di Iran, Iraq, Siria, Libia e praticamente tutti i paesi del centro Africa. Non sono un esperto. Quanti ne ho dimenticati di paesi in guerra, o con conflitti aperti, e quanti ce ne sono dove autoritarismo e oppressione militare sono al governo?

Se volgiamo lo sguardo indietro, fin da prima della storia, ci ricordiamo che homo sapiens sapiens è stata (ed è?) una specie sterminatrice. Le guerre sono sempre state un modo per conquistare territori, per sottomettere popolazioni e assicurarsi le loro ricchezze, fin dalla preistoria, e inoltre più è progredita la civiltà più il potere distruttivo di una guerra si intensifica. Possiamo facilmente immaginare cosa successe quando comparve l’ invenzione dell’ arco e delle frecce, tra popoli che fino ad allora si erano affrontati mostrando nel volto la mimica dell’ odio e della paura, faccia a faccia, con bastoni e armi fatte di pietra, o al massimo si erano scagliati addosso proiettili con le fionde e lance.  L’arco fu ispirato a homo sapiens sapiens da un dio. Il mito si ripropone. Così come Orfeo trovò nella foresta per caso la lira, caduta di mano ad un dio distratto, per il beneficio dell’umanità, alla stessa maniera, un antico cacciatore sulle coste dell’Africa  rinvenne degli strani oggetti seminascosti tra cespugli e sabbia. Non tardò molto a capirne l’uso e la possibilità di uccidere animali a distanza, senza esporsi al pericolo e alla fatica del combattimento corpo a corpo. E presto capì che poteva uccidere anche altri esseri, i suoi consimili, senza mostrare loro il proprio volto, senza vedere in faccia le vittime dei suoi dardi. Avrebbe potuto così carpirne i beni, i terreni, le conoscenze e le attività. La freccia arrivava giusto al cuore del nemico, da lontano, in molti casi scagliata da qualcuno nascosto al riparo di cespugli e rocce. Popoli interi di allevatori e pescatori, mentre accudivano alle loro attività, sono stati sterminati in questa maniera così che gli aggressori potessero impossessarsi dei loro terreni, delle loro donne e delle loro tecnologie.

A proposito, ho usato il termine civiltà. Civiltà è un termine ambiguo. Per molte persone vuol dire educazione, rispetto per l’altro, convivenza pacifica di tutte le opinioni e gli stili di vita. Significa però anche progresso tecnologico, innovazione continua, cambiamento degli stili di vita e delle opinioni e, se necessario, rimozione di remore empatico-etiche, di legami tradizionali, nuovi conflitti combattuti in maniera sempre più potenzialmente distruttiva. Chiunque usi il termine civiltà, dovrebbe riflettere in che senso lo sta usando.

Civiltà contiene in sé, per alcuni, i significati di convivenza e di pace. Ma contiene anche i significati radicati in un immaginario di competizione  e di scontro nel cambiamento e nell’innovazione non  solo tecnologica, ma anche degli stili di vita, della fiducia reciproca, delle modalità della convivenza sociale. Insomma, il termine civiltà evoca anche lo scontro di civiltà (Lo scontro delle civiltà, di Samuel P. Huntington, è un libro apparso nel 1996). E’ possibile aumentare la nostra consapevolezza di come sono intricati i due significati, ma, se non li consideriamo entrambi, non saremo più in grado di comprendere la nostra storia passata e di capire ciò che ogni giorno i popoli della terra ci mostrano nella loro convivenza agitata. 

La civiltà che porta alla pace è ancora un’astrazione, il che non vuol dire che non sia un’ astrazione importante. La civiltà è ciò che abbiamo costruito, nel bene e nel male. La civiltà che porta alla pace è un’ lavoro in progress. E’ una costruzione nei fatti, nei sentimenti, anche nelle azioni, negli obiettivi politici, nell’ immaginario collettivo. Un conto è l’aspirazione alla pace, un conto è la costruzione della pace. Nessuna di queste due dimensioni è inutile. Esse si possono rafforzare a vicenda, ma nessuna può sostituire l’altra. L’aspirazione alla pace, profondamente connessa con la costruzione della pace, non sta in piedi da sola, è impotente senza il lavoro faticoso, e talvolta sporco, di chi opera per costruire.  Costruire vuol dire creare qualcosa che si regge in piedi da sola, come una casa, la casa dove i popoli convivono in pace. Bisogna che ci sia spazio e risorse per tutti, rispetto nelle differenze, fondamenta solide e finestre da dove ognuno possa vedere cosa succede fuori, anche se non tutti vedranno lo stesso paesaggio. Ci vogliono ingegneri, muratori, macchinari, imbianchini, connettività.  

Le parole hanno una storia, un’ evoluzione, si incarnano. Quando sono solo astrazione,  svaniscono in aria come bolle. Forse domani, forse tra settimane o anni, le parole di pace, le nostre aspirazioni, si incarneranno davvero. Per adesso, nel primo mese della guerra in Ucraina, alcune invocazioni dei pacifisti sono abstractis verbis. Per significare qualcosa devono farsi carne (Verbum caro factum est). Le parole, le invocazioni alla pace sono importanti nella misura in cui mantengono viva l’idea e l’obiettivo della pace, mentre sul terreno si combatte la guerra. Quelle parole sono importanti, quando è Francesco che le pronuncia, per la sua capacità evocatrice della pace sincera, più forte degli interessi geopolitici. O anche  come nel caso che a pronunciarle siano stati Cecilia Strada e Emergency,  per il loro lavoro assiduo negli ospedali di guerra di tutto il mondo, dove gli uomini non sono più distinti in amici e nemici.  

Prendiamo ad es. il consenso verso l’ invasore dell’ Ucraina, Vladimir Putin, che, secondo opinionisti ed esperti, sarebbe piuttosto alto anche in Italia. A Effetto Giorno, su Radio 24, si dice che ci sia un consenso crescente in Italia, e in una docu-news  su Sky si documenta lo stesso fenomeno in USA. Notiamo alcuni contenuti e forme in cui si manifesta questo più o meno consapevole consenso.

Ironicamente, un albero mostra il divaricarsi evolutivo tra Putin e la gente ucraina
Un albero mostra il divaricarsi evolutivo tra Putin e la gente ucraina (liberamente modificata da Pixabay (https://pixabay.com/it/vectors/albero-genealogico-genealogia-295298/; https://pixabay.com/it/illustrations/donna-tristezza-ucraina-allegoria-7069885/; https://pixabay.com/it/illustrations/mettere-in-il-presidente-russo-2980748/)

Alcuni dicono: Dare le armi agli ucraini vuol dire mandarli al macello e fomentare la guerra. Insomma vuol dire impegnarsi in una guerra per procura dove il campo di battaglia è l’Ucraina.

Assolutamente vero. Noi mandiamo le armi, loro combattono e muoiono. Sarebbe come mandarli al macello, se non si affiancassero altre iniziative che facciano da sponda alla sorprendente ed eroica resistenza degli Ucraini.

Non sto dicendo che gli ucraini sono buoni e i russi sono cattivi. Ucraini e russi sono amici per me, per noi italiani, e lo saranno sempre, comunque vada la guerra. Ma sulla scena ci sono i fatti che osserviamo, e questi fatti ci raccontano un’invasione, l’invasione e la distruzione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin e del suo esercito. Come ho detto prima, la pace è una costruzione che richiede fatica e tempo.  La pace in Ucraina adesso è sopratutto la cessazione delle ostilità sul campo, dei massacri e delle distruzioni del tutto inutili se non a incutere terrore e prevaricazione. La pace, necessaria subito, è quella che arriva nel cuore di chi combatte in questo momento, con le armi in mano, gli ucraini per la loro libertà, ma anche i soldati russi, mandati a svolgere un compito fratricida, di cui credo cominciano a rendersi conto. Quella che conta adesso è la pace sul campo di battaglia, non quella degli slogan. 

Consulta anche lo speciale Ucraina di Rai News su https://www.rainews.it/speciali/guerraucraina2022  

Così, io non posso dire con certezza se sia bene o male dare le armi agli ucraini in questo momento. Non sono un politico né uno stratega militare, e so che non mi permetterei mai di sparare sentenze su questo dalla mia tranquilla poltrona in salotto, da dove osservo i bagliori lontani della guerra e i costati dei soldati, lacerati da proiettili di mitra e schegge. Mi ricordano di un’altro uomo legato ad una croce e di un soldato che gli scagliò contro una lancia dritta nel suo torace.   

Ma chi, se potesse, non passerebbe il coltello o un’altra arma  alla persona aggredita e azzannata alla gola da qualche animale feroce? 

E vero. L’Europa e gli Usa stanno dando le armi agli ucraini… Non fanno solo quello però, ci sono iniziative assai encomiabili. C’è un pronunciamento della Corte internazionale di Giustizia, il più alto tribunale dell’Onu, che ha ordinato alla Russia, seppure non all’unanimità, di cessare il fuoco contro l’Ucraina. Ci sono le sanzioni economiche (con tutti i loro rischi se la guerra si protrae) e l’accoglienza ai profughi.

Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella ha detto: La indivisibilità della condizione umana ci deve spingere oggi, con fermezza, insieme agli altri Paesi che condividono i valori democratici, ad arginare e a battere le ragioni della guerra aperta dalla Federazione Russa al centro dell’Europa. Italiani ed Europei siamo chiamati alla solidarietà e all’aiuto nei confronti delle popolazioni terribilmente colpite e all’impegno finchè si fermino i combattimenti, si ritirino le forze di occupazione e venga ripristinato il diritto internazionale. Ora più che mai i simboli della Repubblica Italiana, in cui gli italiani si riconoscono, ci inducono a riflettere sull’importanza della libertà, della democrazia, sul valore dei diritti dell’uomo, primo dei quali il diritto a vivere in pace.

Si deve aiutare la resistenza all’aggressore, come nello stesso tempo si deve creare una condizione in cui l’aggressore e l’ aggredito si possano parlare. Sono due piani necessari entrambi.   

E come può essere creato questo spazio di intesa?

Supponiamo che si arrivi ad una pace in cui l’Ucraina viene divisa così: 1/3 a Putin e 2/3 libera e neutrale. Sarebbe stata fatta davvero la pace giusta?.

E’ assolutamente evidente che no. Qualunque conseguenza della guerra che accetti l’ idea che la guerra di conquista è una modalità delle relazioni tra gli stati in Europa (dopo quello che abbiamo imparato nella prima metà del secolo scorso) non può in alcun modo essere considerata una pace giusta. La resa degli Ucraini e la vittoria di Putin è una pace ingiusta. Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace. 

Se si arrivasse ad un cessate il fuoco immediato, da tutti auspicato, la fotografia che ne risulterebbe sarebbe quella di un’Ucraina dalle città devastate, con le donne e i bambini  sfollati e nello stesso tempo divisa in due da un esercito occupante. 

Una strategia del genere potrebbe portare alla cronicizzazione di un’anomalia geopolitica, a un’area di attrito persistente tra i blocchi occidentale e russo (non solo tra Ucraina e Russia), oppure all’ inizio di una vera e propria pacificazione che dia all’ Ucraina quello che è dell’ Ucraina e alla Russia quello che è della Russia.  La neutralità dell’Ucraina, garantita da paesi che hanno la fiducia dei due contendenti, potrebbe essere la base per un buon accordo. L’integrità territoriale della Ucraina non dovrebbe essere sul tavolo delle trattative, ma, nella prospettiva, Russia e Ucraina potrebbero prevedere un percorso concordato verso l’ autonomia di alcune regioni orientali dell’Ucraina stessa (autonomia amministrativa, prima di tutto ma  anche politica, se ci fosse una richiesta popolare in questo senso attraverso un referendum) 

Un percorso del genere potrebbe prevedere la presenza di forze e organizzazioni di peace-keeping in Ucraina. L’ONU finora non ha potuto lanciare iniziative di questo tipo, per il veto messo dalla Russia in Consiglio di Sicurezza. L’Onu, nato dalla volontà di pacificazione del mondo sotto la garanzia dalle superpotenze che avevano appena sconfitto il nazismo soltanto 77 anni fa, è adesso esso stesso zavorrato da queste superpotenze, in questo caso dal no russo alla missione di peace-keeping. Nessuno disturbi Caino.  

Un’azione di peace-keeping sarebbe assolutamente necessaria, almeno in alcune regioni dell’ Ucraina.  Perché non si riesce a proporla? Anche solo parlarne, nella sedi istituzionali e da parte dei media, potrebbe essere di rinforzo alla strategia di pacificazione, nella costruzione della pace sul territorio.

Anche un’azione forte e rapida di riconoscimento dell’Ucraina neutrale (non schierata con  la Nato e senza armi americane nei suoi territori) come parte dell’Unione Europea potrebbe offrire un ulteriore sponda di tranquillità al popolo ucraino, ma anche alla Russia. In fondo, la Russia commercia abbondantemente con l’ Unione Europea. Europei e russi hanno molti  trascorsi storici in comune. Firenze ha accolto i russi a braccia aperte in passato e ne abbiamo tuttora un ricordo vivo, incarnato nelle piazze, nelle vie, nei parchi e nella grande chiesa russa ortodossa della Natalità. I russi amano venire in Europa e respirarne l’ atmosfera, lo stile di vita.  Gli europei conoscono l’anima russa attraverso i suoi grandi scrittori, ma anche attraverso tante storie scritte da europei che raccontano la Russia. Niente è più privo di senso che la guerra tra russi ed europei. I nostri popoli sono fratelli.  La guerra tra Europa e Russia trova il senso solo nelle strategie geopolitiche, di collocamento di forze sulla scacchiera del mondo, di avanzamento di pretese sulle sue ricchezze, come il territorio, i porti, le vie del commercio, le risorse minerarie.  E’ possibile condividere queste ricchezze in pace tra popoli che si stimano, si frequentano da secoli e si attraggono pure?

La guerra non riguarda solo, come sembrano pensare molti, i governi e la macchina militare. La guerra sconvolge prima di tutto gli inermi, i pacifici, il popolo. Noi cerchiamo di capire quanto i governi e gli eserciti che si combattono in Ucraina sono approvati e sostenuti dai loro popoli. La guerra e i regimi autoritari tolgono la voce al popolo. Eppure, la pace giusta in Ucraina dipende dalla forza e dalla resistenza ucraina, in primo luogo, ma dipende anche dalla resilienza e dalla lungimiranza della popolazione russa.

Ferma restando l’inutilità dei dibattiti sulla cessione di armi all’Ucraina, in  fondo, la resistenza ucraina è proprio la condizione che rende necessaria e pensabile, se non possibile, la sospensione delle attività belliche.  Se ci fosse la cessazione delle ostilità, si potrebbe discutere. In questa discussione, le ultime notizie sui media ci anticipano che ci potrebbero essere non solo la Russia e l’Ucraina, ma anche paesi terzi. Paesi a garanzia degli interessi diversi dei contendenti, ma anche paesi che sentono la responsabilità di chi questa guerra ce l’ha sulla porta di casa, come l’ Europa. 

Per ora non sappiamo se crederci alle trattative di pace. Esiste la strategia del perditempo, per arrivare ai propri obiettivi mentre si parla di pace, defatigando il nemico e guadagnando consenso in patria o agli occhi del mondo. E poi non è certo chiaro chi si fida di chi. Tuttavia, molti osservatori sembrano fiduciosi e colgono l’ interesse di entrambe le parti ad arrivare alla cessazione del conflitto, anche se sono molto lontane le condizioni a questo può avvenire per Kiev e Mosca. Credo che entrambi i popoli, di Ucraina e Russia, dovranno far sentire la loro voce a sostegno della costruzione della pace durante le trattative. L’emergere di una consapevolezza russa della necessità di costruzione della pace è una condizione, io credo, quasi indispensabile per far progredire le trattative.

Kiev vista da lontano
Kiev, la capitale dell’ Ucraina, da oltre un mese oppone una fiera resistenza ai bombardamenti e all’ aggressione russa

La serie dei dibattiti inutili non è però finita con quello sulle forniture di armi dai paesi europei all’ Ucraina.

C’è anche quello sull’ accoglienza dei profughi. Per qualche giorno, direttori di testate giornalistiche e uomini e donne illuminati hanno sottolineato il fatto che c’è un’accoglienza di serie A e una di serie B, in Europa, molto più a braccia aperte per i profughi ucraini rispetto a quella riservata ai migranti da altri paesi. Qualcuno, che stimo molto (Cecilia Strada), ha detto che il motivo è che i primi sono bianchi e i secondi neri. 

I migranti di serie B, che arrivano in Europa, in realtà non sono solo neri perchè molti provengono dall’ Asia. Tuttavia, si deve riconoscere che questa diversità nell’accoglienza è un fatto, è sotto i nostri occhi. Basta guardare l’efficienza e il calore umano della macchina che accoglie gli ucraini  in Polonia o in Romania, e l’incoerenza e la confusione dell’altra macchina di accoglienza, sovraffollata, sconclusionata, fonte di conflitti, prevaricazioni, disaccordi tra gli stati, fughe anonime dai centri, sbarramenti alle frontiere.

Ma dovremmo chiederci perché questo accade. Invece di predicare abstractis verbis, proviamo a ragionare con la parola che si fa carne. Da dove vien questa differenza di comportamento? Cosa possiamo imparare dall’osservare questa differenza nell’ accoglienza? E poi, ma questo è un discorso lungo e fuori dagli obiettivi di questa articolo, cosa possiamo fare per migliorarci e comprendere le potenzialità dei fenomeni migratori, e trarne vantaggio con soddisfazione di tutti?

Gli ucraini sono europei, abbiamo condiviso con loro non solo la cultura (a tutto spessore, arte letteratura religione, modo di ragionare), ma sopratutto abbiamo convissuto sotto i nostri tetti con le badanti ucraine, abbiamo condiviso la storia di Europa. L’Ucraina è stata possesso ora di questa ora di quella potenza europea. Loro sono nostri fratelli, nel senso che è come se ci conoscessimo da sempre. Ma non è tanto questo importante, quanto il fatto che ne siamo coscienti, sappiamo che sono nostri fratelli, come i russi d’altronde.

Non è così, per le masse di uomini che provengono da aree più lontane dell’ Asia e dell’ Africa, che conosciamo meno bene, che ci sono fisicamente e culturalmente  più sconosciuti. Sulla cui vita, cultura, lingua e aspirazioni sappiamo molto meno. Sui cui movimenti migratori (cause , dinamiche nel tempo, prospettive) sappiamo poco. Naturalmente questa mia considerazione è una semplificazione. In realtà, le diverse culture e le diverse storie della migrazione cominciano ad essere raccontate nei contatti diretti con i migranti, nei libri o nei film, nei momenti di crisi più acuta in TV,  ma abbiamo mai visto una copertura da parte dei media europei delle tragedie dell’Africa o dell’ Asia che sia paragonabile alla copertura che hanno le vicende attuali della guerra in Ucraina? Questi uomini, donne e bambini che provengono dalla sconfinate regioni dell’ Africa e dell’ Asia  attraverso inimmaginate peripezie  stanno dando vita ad una nuova epopea, che pochi ancora celebrano, raccontano o cantano. 

Chi sono i neri in fuga dalla miseria, dalla fame dalla carestia, dalle inondazioni? o gli asiatici in fuga dalle guerre e dalle oppressioni? E’ anche possibile che siano in fuga da ingiustizie sociali, a cui abbiamo contribuito, e contribuiamo tuttora, anche noi occidentali.  

Ma non basta neanche sapere che vengono dalla sofferenza, si deve sapere cosa li anima, che aspirazioni hanno, se hanno fiducia in noi e nei nostri valori.  Insomma, dobbiamo sapere molto di Neghiz Bdallou, per soffrire con lui, se qualcuno lo imprigiona e se lui vaga nudo su una spiaggia disfatto dal sale e dalla sete.

Non è affatto il diverso colore della pelle, che ci spaventa, ma il fatto di non conoscerli, di nostro saper immaginare cosa condividiamo e cosa no,  chi sono, da dove vengono, che storie si lasciano alle spalle, e ancora più cosa pensano di noi, cosa amano, cosa odiano, cosa dice il loro dio e cosa pensano del nostro. Questi migranti sono l’altro per noi, ma anche noi siamo l’altro per loro. Diffidenze e paure sono reciproche e non unilaterali. 

Da distanti e lontani, come possiamo diventare prossimi gli uni agli altri? C’è un modo solo, a mio parere. Conoscerci di più, reciprocamente. Più ci conosciamo, più sapremo essere prossimi, e anche fratelli. Conoscere i migranti che arrivano in Italia dal Mediterraneo o dalle rotte dell’Asia non vuol dire solo venire a contatto con loro ora, quando arrivano in Italia o in Europa. Vuol dire averli conosciuti già prima, nel loro paese, come vivevano lì, da dove e da cosa scappano, come stiamo facendo adesso con i profughi ucraini. Sappiamo tutto di cosa lasciano in Ucraina, delle loro vicende di guerra. Quanto sappiamo noi degli altri migranti che arrivano in Europa, anonimi e senza storia? Per noi, per i nostri media, essi sembrano apparire dal nulla. 

La conoscenza intima, personale dell’ altro, è una conoscenza non a parole ma una conoscenza che si fa carne. La fratellanza nasce attraverso la reciproca, lunga conoscenza e condivisione. La conoscenza reciproca, la frequentazione di un immaginario comune, attiva l’ empatia.   

Gli esseri umani hanno una grande capacità di astrazione e un sentimento di di appartenenza a qualcosa che li accomuna. Questo sentimento è una grande forza, che ci spinge sul terreno della conoscenza concreta reciproca.  Da un’astrazione, l’umanità, ai percorsi comuni e distinti, in tutte le loro meravigliose sfaccettature. 

Non stiamo scoprendo nulla. Gli esseri umani, i popoli sono diventati fratelli nell’integrazione, nella conoscenza reciproca, non nello sterminio. Anche tra conquistatori e vinti. Naturalmente, se chi ha conquistato il potere perseguita deliberatamente i vinti, o addirittura crea dei nemici fittizi, per scopi politico-ideologici (differenze religiose, razzismo ostentato e eretto a suprema legge, come fece Hitler), allora in quel caso non c’è integrazione e più difficilmente nascono sentimenti di attrazione e condivisione tra chi ha il potere e chi è oppresso. Ma nella realtà, sappiamo che questi sentimenti sono nati lo stesso, anche durante il nazismo, e tutti sono a conoscenza di tante situazioni in cui cittadini tedeschi o italiani hanno aiutato concittadini ebrei a sfuggire alla deportazione. 

Se c’è contaminazione tra culture ed emozioni di popoli diversi, via via che questo avviene, nasce l’empatia e il rispetto reciproco, e un nero può diventare presidente degli Stati Uniti o precettore del figlio dell’imperatore romano. 

Insomma, l’idea delle fratellanza generale è una costruzione della nostra mente che si basa sulla condivisione del nostro essere umani, di avere tutti occhi per guardare, mani per scrivere, capacità di intuire cosa l’altro pensa di noi, innato amore per la musica e così via. Ma questa costruzione della nostra mente descrive un ideale, un modo di essere, un potenziale, che va vissuto nel concreto della vita di tutti i giorni, che prende carne nei volti che si incontrano e nelle storie che si ascoltano, nella fiducia che ci scambiamo. In altre parole, nella conoscenza reciproca. 

Si dovrebbe, in un mondo globale, conoscere molto di più quello che accade nelle aree di conflitto del mondo. Questo aiuterebbe a sentire più vicini a noi , non solo i soprusi e la sofferenza dei bambini lontani ed esposti alla guerra, ma anche la loro strabiliante fiducia nel mondo e la gioia di vivere, che non cessa neppure sotto le bombe che piovono, oggi come nei giorni scorsi, dal cielo di Kiev.  

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